dbev Postato 28 Febbraio 2006 Report Postato 28 Febbraio 2006 L'Influenza Aviaria L'Influenza Aviaria è una patologia da tempo conosciuta che ultimamente sta cavalcando i media e diffondendo il panico tra consumatori e allevatori. Responsabile di questa infezione è un virus mutante considerato erroneamente altamente patogeno. In realtà si tratta di un virus la cui patogenicità viene esaltata solo per le linee genetiche altamente selezionate dove la debolezza strutturale era stata già da tempo denunciata. Questa debolezza genetica, tipica dei ceppi utilizzati per le produzioni intensive, deriva forse da manipolazioni genetiche effettuate su polli e tacchini e alcune ricerche pubblicate in passato certamente non rassicurano. In ogni caso oggi ci troviamo in piena emergenza ed i media mostrano sempre immagini di allevamenti rurali infetti diffondendo una informazione sbagliata e nascondendo la verità. Ma chi è responsabile di questa mutazione e perché il virus dell'Aviaria, un tempo innocuo, si è modificato ed è diventato pericoloso? Erroneamente, quindi, gli allevamenti rurali ed estensivi vengono considerati a "rischio" quando invece sono gli unici a garantire carni sane per i consumatori. Ma queste cose non vengono dette. Contrariamente a quanto il buon senso propone le misure di biosicurezza, emanate dal Ministero della Salute, prendono di mira gli allevamenti rurali obbligando un inutile l'utilizzo di "doppie reti". Del tutto fuori strada anche la strategia studiata per difenderci da questa invasione: il clamoroso errore nell'individuazione delle zone a rischio vanifica gli sforzi fin qui fatti sguarnendo pericolosamente le vere realtà sensibili e mettendo in pericolo la salute pubblica. Le norme per le buone pratiche zootecniche utili a contrastare, per quanto possibile, questa piaga sono semplici e permettono la produzione di carni sicure da parte degli unici allevamenti che possono essere considerati a prova di Influenza Aviaria: gli allevamenti estensivi. Le bugie della RAI sull'Influenza Aviaria In questi periodi, a causa della solita cattiva informazione data dai media, i consumi di carni avicole sono scesi drasticamente, si parla di meno 70%. A questo disastro si sono aggiunti, in questi ultimi giorni, i commenti della RAI che individuano gli allevamenti rurali come i più a rischio di Influenza Aviaria. Si stanno umiliando migliaia di agricoltori che ancora credono nel lavoro della terra. In pratica i prodotti avicoli d'eccellenza allevati all'aperto con metodi antichi, sarebbero un pericolo per i consumatori. Produzioni tradizionali come il Brianzolo in Lombardia, il Perniciato in Emilia, la Valdarnese in Toscana, la Padovana e la Polverara in Veneto, la Bianca di Saluzzo in Piemonte, il Gigante nero in Liguria, la Siciliana in Sicilia e le altre decine di produzioni di elevata qualità sono di colpo denigrate . Ma queste affermazioni, drammatiche se vere o sciagurate se false, che fondamento di verità hanno? Ma è proprio vero che gli allevamenti rurali sono i più a rischio? Per valutare questo pericolo facciamo un po' di conti su quanto è successo dal dicembre 1999 all'aprile 2000 quando il virus dell'Influenza Aviaria (H7N1) ha colpito le campagne venete e lombarde portando alla morte quasi 14 milioni di capi. Per brevità, confrontiamo i focolai scoppiati negli allevamenti lombardi di galline ovaiole. Consideriamo come allevamenti rurali e/o biologici quelli con meno di 3.000 galline accasate mentre indichiamo come industriali quelli con più di 3.000 galline. I dati dell'epidemia parlano chiaro: 72 focolai di Influenza negli allevamenti industriali della Lombardia e solo 4 casi in tutti gli altri allevamenti lombardi rurali e/o biologici. Se rapportiamo i dati relativi ai focolai con il numero delle aziende (fonte ISTAT, Censimento Agricoltura 2000) risulta che sono stati colpiti il 43% degli allevamenti industriali di galline ovaiole contro un bassissimo numero di allevamenti rurali: 4 su 17.000. Con i dati messi a disposizione dagli Istituti Zooprofilattici e dall'ISTAT si possono riproporre moltissimi esempi di questo tipo e in qualsiasi modo le informazioni oggettive vengano elaborate, danno sempre lo stesso risultato: gli allevamenti a rischio sono quelli industriali mentre gli allevamenti rurali sono i più sani e salubri. Non è certo una novità: la debolezza genetica, degli animali allevati dall'industria, e un metodo d'allevamento innaturale (eccessiva concentrazione di animali) rendono gli allevamenti intensivi molto vulnerabili a qualsiasi virus. Come il buon senso poteva far intuire, le produzioni rurali, con razze a lento accrescimento e con libertà di pascolo, sono ancora le uniche a produrre qualità e le più sicure per i consumatori. Come e perché si è modificato il virus dell'Influenza Aviaria È ormai diverso tempo che ad ogni nuovo caso di Influenza Aviaria vengono riproposte immagini di polli rurali. Sono questi allora i veri colpevoli di questo contagio? Per tentare di dare una risposta a questa domanda chiamiamo in causa l'INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria) che nel febbraio del 2004 ha pubblicato uno "Studio sullo stato e sulle prospettive dell'avicoltura italiana". A pagina 9 di questo documento si legge che la produzione di carni avicole, realizzata nei principali paesi produttori, segue essenzialmente un modello sviluppatosi negli anni '30 che prevede un forte livello di integrazione verticale necessario per raggiungere elevate economie di scala che caratterizzano questo comparto. Attualmente, si stima che circa l'85% della produzione statunitense di carni avicole e due terzi di quella brasiliana siano realizzate da grandi imprese organizzate secondo un modello fortemente integrato verticalmente e che tale modello si stia diffondendo in altri paesi emergenti (Cina, Tailandia), soprattutto per quanto attiene il prodotto per l'esportazione. Continuando nello Studio, a pagina 20 l'INEA precisa che le importazioni effettuate dall'Unione Europea, relative a carni in pezzi congelate di pollo e preparazioni a base di pollo, di provenienza dalla Tailandia e dalla Cina, sono quadruplicate dal 1995 al 2001. Anche nei paesi asiatici dunque, dove si è modificato il virus dell'Aviaria, si è diffuso l'allevamento intensivo: ma quanto è intensivo questo allevamento? A pagina 11 dello studio dell'INEA si legge che la Tailandia si sta rivelando come un paese emergente sul mercato internazionale, dato che ha quasi triplicato il proprio export dal 1996 ad oggi, nonostante il prodotto abbia presentato alcuni problemi di ordine sanitario. Se consideriamo poi che la Tailandia è un piccolo paese asiatico con una superficie di poco superiore a 500.000 kmq e che da solo minaccia le esportazioni avicole degli Stati Uniti, del Brasile e dell'Unione Europea, vuol dire che gli allevamenti asiatici non sono certo rurali, ma sicuramente molto più grandi di quelli, già grandi, presenti in Europa. Questi mega-allevamenti possono essere considerati dei "terreni di coltura" per qualsiasi virus consentendo migliaia di mutazioni tra cui quella patogena per l'uomo. Non si tratta dunque della promiscuità tra contadino - pollo - maiale, ma solamente di innaturali concentrazioni di individui deboli alla quale la natura reagisce con la nascita di un virus che ha lo scopo di riequilibrare situazioni anomale. Da qui il virus si diffonde alle campagne e ai paesi asiatici limitrofi caratterizzati da carenze nei servizi veterinari e nei servizi sanitari per la popolazione. Gli uccelli migratori fanno il resto. Ignorare cosa accade nei paesi dell'est ormai non è più sufficiente, limitarsi a mangiare carne italiana non è più sufficiente perché quei paesi, inquinati dal virus mutato in mega-allevamenti, partono gli uccelli migratori che come "bombardieri" volano minacciosi sulle nostre teste: nulla sarà più come prima. Debolezza congenita nel pollo intensivo Il virus dell'Influenza Aviaria è considerato altamente patogeno anche se in realtà elevate mortalità si sono registrate solo in allevamenti intensivi. Questo è dovuto a una genetica debolezza degli animali selezionati per le produzioni industriali e questo dato emerge da alcune relazioni presentate al XL Convegno dell'Associazione Scientifica di Avicoltura (W.P.S.A.) tenutosi a Forlì il 21 febbraio 2002. Il Convegno aveva per titolo "Boiler, aspetti e problematiche di una crescita sempre più rapida". Le problematiche di questa evoluzione genetica sono state affrontate da tre relatori: S. Mignon Grasteau (SRA, INRA, Nouzilly, France) Le conseguenze della selezione sulla curva di crescita e sulla qualità della carne R. Mc Deviti (Food Systems Division, SAC, Ayr, Scotland, UK) Fisiologia e fisiopatologia di un soggetto a elevato rischio genetico D. Gallazzi (Università di Milano) Disturbi metabolici e relative problematiche dell'allevamento intensivo In estrema sintesi dalle relazioni sono emerse le problematiche di seguito elencate. Nell'allevamento dei broiler si assiste ad un aumento giornaliero del numero dei pasti. Questa caratteristica è in genere discriminante di specie quasi a testimoniare la differenza di specie tra il pollo rurale e il pollo intensivo. È stata riscontrata, a livello genetico, una diminuzione dell'attività locomotoria. È stata evidenziata una diminuzione della paura, interpretabile anche come incapacità di reazione e quindi nessuna reattività degli animali agli eventi esterni compromettendone l'adattamento all'ambiente. Si riscontra un minor utilizzo dei posatoi modificando di conseguenza il comportamento (etologia) degli animali. C'è minor utilizzo del bagno di sabbia e quindi una minore capacità di difesa attiva dai parassiti esterni rendendo il broiler inadatta all'allevamento estensivo. Da un punto di vista riproduttivo si assiste ad una minore attività di corteggiamento, una minore libido e una maggiore aggressività dei maschi verso le femmine rendendo quasi impossibile il metodo della riproduzione naturale in libertà. Si è modificata la resa al macello che è passata dal 66% del 1976 al 70% di oggi. Questa variazione non ha influenzato omogeneamente tutto il busto dell'animale ma maggiormente alcune parti commercialmente utili operando una mutazione non naturale nella massa dell'animale. Infatti, mentre nel 1976 la resa al macello in petto era del 12% oggi invece è del 17%. Si è passati, infatti, da un petto di 252 g. (nel 1976) a un peso, oggi, di 382 g. si è modificata la composizione corporea. A livello fisiologico si è assistito ad un aumento della massa relativa del fegato e dei principali componenti del piccolo intestino (duodeno, digiuno ed ileo) organi questi direttamente influenzati da un aumento di consumo di mangime. Non si è verificato però un aumento della massa del cuore con conseguenti sindromi cardio-polminari come le asciti (PHS) (Widemann, 2001; Emmerson e altri, 1997). La modifica delle dimensioni degli organi interni ha favorito poi lo sviluppo di sindromi da "morte improvvisa" (Widemann, 2001; Emmerson e altri, 1997). Una ridotta massa dello stomaco poi porta ad una minore resistenza naturale alle malattie parassitarie come la coccidiosi (Noirot e altri, 1998). Infatti, nei cosiddetti polli rustici l'intestino tenue (a parità di lunghezza) è più "pesante", cioè più spesso, il che comporta una perdita di crescita di circa l'8% ma una maggiore resistenza alle malattie parassitarie. Ancora, nei broiler si osservano sindromi inerenti allo sviluppo scheletrico, particolarmente quelli associati agli arti inferiori (Wise, 1975). Si presentano, infatti, dei problemi alle articolazioni in quanto in sempre minor tempo le ossa devono sopportare pesi sempre maggiori: questo vale anche per i broiler a lento accrescimento in quando diminuisce l'età (40 giorni) alla quale lo scheletro deve sopportare un peso che fisiologicamente avrebbe sopportato a 80-100 giorni. Infine, nei broiler si assistiti anche a dei disordini metabolici (modificazione degli indici metabolici) (Pym, 2001; Pollock, 1997) che conseguentemente porta ad una diversa capacità immuno-depressiva per cui questi polli sono meno resistenti. Influenza aviaria e allevamenti all'aperto L'influenza aviaria è una malattia conosciuta ormai da un secolo e mezzo. Una patologia capace di causare una mortalità estremamente elevata nel pollame fu diagnosticata per la prima volta nel 1878 e le venne attribuito il nome di "Peste Aviaria". L'individuazione del virus, come agente responsabile di questa malattia venne fatta nel 1901 e solo nel 1955 si arrivò ad individuare le caratteristiche del virus dimostrandone una relazione con i virus dell'influenza A dei mammiferi. Al primo Simposio internazionale sulla malattia, tenutosi a Beltsville, USA 1981, il termine "Peste Aviaria" venne sostituito con il termine "Virus dell'Influenza Aviaria altamente patogeno (HPAI)". È da molto tempo quindi che gli allevamenti avicoli convivono con questa malattia senza, però, evidenziare i rischi per l'uomo che si manifestano invece in questi ultimi anni. Vuol dire che adesso qualcosa è cambiato, cosa? Fondamentalmente sono cambiate due condizioni: una maggiore debolezza genetica degli avicoli allevati dall'industria e un'eccessiva concentrazione di animali negli allevamenti intensivi. Per quanto riguarda la genetica, il pollo industriale si è modificato notevolmente. Trent'anni fa un pollo macellato a 42 giorni pesava poco più di 1 kg; oggi lo stesso pollo, macellato alla stessa età, pesa oltre 2,6 kg e le prospettive dell'industria sono quelle di arrivare a 3 kg nel 2007. Da questa selezione sono risultati ceppi altamente produttivi ma geneticamente deboli: sono state modificate le dimensioni degli organi interni (cuore, fegato, ecc.) con sindromi da "morte improvvisa" (Widemann, 2001; Emmerson e altri, 1997); riduzione della massa dello stomaco (Noirot e altri, 1998) e quindi minore resistenza alle malattie parassitarie; debolezza dello scheletro (Wise, 1975); problemi cardio-vascolari; disordini metabolici (Pym, 2001; Pollock, 1997) con diminuzione della capacità immuno-depressiva. Altra componente importante è la dimensione degli allevamenti: in un unico capannone, di poche centinaia di metri, vengono oggi allevati tanti polli (100 mila e più) quanta è la popolazione di una città italiana. È facilmente immaginabile la diffusione che può avere, in queste situazioni, qualsiasi virus. Se queste sono le cause che hanno portato l'influenza aviaria alla ribalta, quali sono le soluzioni, o per lo meno le precauzioni, da adottare per garantire gli allevamenti all'aperto di polli e altri volatili? Sembrerà banale, ma la risposta è semplice: evitare le eccessive concentrazioni di animali e allevare animali rustici, pascolatori e a lento accrescimento. Da molte parti si afferma che sono i palmipedi selvatici migratori a trasportare la malattia in Italia. L'informazione è giusta dato che esami di laboratorio, effettuati su molti animali selvatici, hanno dimostrato una maggiore presenza del virus su anatre e oche selvatiche. Questo dato dimostra comunque che oche e anatre hanno una certa resistenza e non muoiono. Del resto si tratta sempre di una "influenza" che colpisce solo individui deboli e in particolari condizioni ambientali: eccessivo affollamento. Infatti, negli anni scorsi, quando l'influenza aviaria ha provocato una notevole mortalità di polli e tacchini negli allevamenti industriali, non abbiamo certo assistito, contemporaneamente, ad una strage di uccelli selvatici nella Pianura Padana. Se gli animali sono rustici e allevati in ampi spazi quindi l'influenza aviaria non manifesta tutta la sua patogenicità. A questo punto viene logica una domanda: ma dove si acquistano avicoli rustici? A questa domanda oggi non è ancora possibile rispondere a causa della solita inefficienza di strutture ed Enti preposti. Nel 1991, l'Unione Europea, con regolamento (CEE) n. 1538/91 relativo all'uso di particolari diciture in materia di commercializzazione delle carni avicole, introduceva il concetto di "Pollo a lento accrescimento" prevedendo una certificazione presso gli incubatoi e di conseguenza un registro dove elencare le razze o i ceppi a lento accrescimento. Oggi questo elenco non è ancora stato fatto e chi produce in Italia polli a lento accrescimento (e ce ne sono) non può promuovere la sua produzione. Nel 1999 poi, sempre l'Unione Europea emana il regolamento REG. CE 1804/99, relativo alle produzioni zootecniche con metodo biologico, dove, per quanto riguarda gli animali, in modo esplicito afferma: "…devono essere selezionate al fine di evitare malattie specifiche o problemi sanitari connessi con alcune razze e varietà utilizzate nella produzione intensiva." Per le produzioni biologiche vegetali è stato attivato un Ente al quale rivolgersi per richiedere informazioni su dove acquistare piante e sementi rustiche; per gli animali non si è fatto assolutamente nulla. Ritornando all'influenza aviaria, non è assolutamente vero che gli allevamenti all'aperto sono i più a rischio per questa malattia; è vero proprio il contrario: solo allevando animali rustici e in ampi spazi è possibile scongiurare la diffusione della malattia. Se in un allevamento all'aperto di polli rustici si ferma un germano portatore del virus dell'influenza aviaria la possibilità che la malattia venga trasmessa a quei polli è molto bassa. Alla domanda: tutti gli allevamenti all'aperto possono resistere all'influenza aviaria non si può però rispondere con la stessa certezza. Purtroppo ci sono imprenditori incoscienti che allevano all'aperto razze avicole industriali (le legge lo consente) incapaci di pascolare e portatrici delle deficienze genetiche tipiche delle razze industriali. In queste situazioni la diffusione dell'influenza è praticamente certa. In ultima analisi, cosa deve ricercare un consumatore e cosa deve fare un allevatore coscienzioso? Deve seguire queste semplici 4 regole: scelta di razze, linee e ceppi, rustici e al lento accrescimento. Le razze e le varietà devono essere selezionate al fine di evitare malattie specifiche o problemi sanitari connessi con alcune razze e varietà utilizzate nella produzione intensiva dando la preferenza ad animali nati nel comprensorio e a razze e varietà autoctone; applicazione di pratiche di allevamento estensive con costante accesso al pascolo favorendo il movimento al fine di stimolino un'elevata resistenza alle malattie ed evitare le infezioni; uso di alimenti di alta qualità, garantendo comunque una buona presenta di materie prime prodotte nel comprensorio utilizzando integratori capaci di stimolare le difese immunologiche naturali degli animali; adeguata densità degli animali, evitando il sovraffollamento e qualsiasi problema sanitario che ne potrebbe derivare. Resistenza genetica ai virus Una delle più temute malattie che colpiscono il pollame è senza dubbio rappresentata dalla pseudopeste o morbo di Newcastle. Questa malattia è quanto mai grave per il carattere di elevata contagiosità che la distingue che la distingue e che porta talvolta alla completa distruzione di interi pollai. Il quadro clinico della malattia è costituito da gravi disturbi dell'apparato respiratorio, di quello digerente e del sistema nervoso. Ben nota è anche la sintomatologia che si manifesta con dispnea, spasmi respiratori, attacchi di tosse convulsa, emissione di muco dalla bocca e dal naso, sete intensa, diarrea bianco giallastra, crisi epilettoidi, ecc. Quando la malattia è in atto ben poco si può fare, ma fortunatamente la profilassi specifica, basata su vaccinazioni preventive, se condotta criterio e metodicità porta ad una adeguata protezione. L'avvento della zootecnia biologica, che prevede la selezione di idonee linee di animali da utilizzare per questo tipo d'allevamento, stimola alla ricerca di variazioni genetiche resistenti a questa o ad altre malattie. È necessario, infatti, valutare se è possibile far acquisire al pollame un'immunità genetica nei riguardi di malattie da virus. Esperienze condotte alla Stazione Avicola Sperimentale dell'Oklahoma hanno permesso di dimostrare una certa resistenza genetica a questa malattia che apre la strada alla selezione di linee idonee all'allevamento all'aperto. Durante un attacco di pseudopeste insorto nel novembre del 1949 alcune centinaia di pollastre di varie razze e di età compresa tra gli 8 e i 10 mesi, furono prese come soggetti da esperimento per determinare un'eventuale resistenza. Benché solo talune razze fossero allevate per la produzione di uova, mentre la maggior parte erano specializzate per la carne, come misura di resistenza alla malattia fu adottata per tutte la capacità di mantenere la produzione di uova durante l'epidemia, eliminando dal gruppo sperimentale le pollastre che non deponevano prima dell'insorgere della malattia e non tenendo più conto dei soggetti morti prima della fine dell'esperimento. La tabella mostra la pausa della produzione e la mortalità delle pollastre affette in confronto a quelle che, essendo state vaccinate, servivano da controllo. Dai dati esposti in tabella risulta che la durata media della pausa nella deposizione variò da 17,3 circa 1,38 per le Plymouth Rock bianche a 37,8 circa 0,94 per la linea 2 delle Livornesi bianche. L'analisi della varianza dimostra l'alto significato delle differenze dimostrate riscontrate nella suscettibilità al virus differenze che con molta probabilità sono ereditarie. Le varie razze e linee, infatti, erano state allevate con identiche condizioni senza essere state preventivamente selezionate per la resistenza al virus. Le pollastre ottenute con maschi Livornesi bianchi (linea 2) con (R.I x P.R.b.) mostrano una pausa intermedia a quella dei genitori, sebbene con tendenza ad avvicinarsi di più alla media di (Rhode Island x Plymouth Rock bianche) anziché a quella delle Livornesi bianche. Il comportamento ereditario della resistenza alla pseudopeste sembra essere completamente influenzato da un insieme di fattori multipli tra cui sembrano avere particolare peso l'influenza materna e la dominanza di taluni fattori non determinati. Che le differenze osservate siano da considerarsi dovute a differenziazioni dei genotipi, e non come risultato di una "selezione naturale" può essere dimostrato dal fatto che molte delle pollastre considerate derivano da genitori che l'anno precedente erano stati soggetti ad un'altra epidemia. Orbene, le Livornesi bianche (linea 1), che essendo importate da un altro allevamento non derivavano da genitori soggetti all'epidemia dell'anno prima, presentarono una resistenza superiore alle Livornesi bianche (linea 2) derivanti da genitori precedentemente esposti al virus. In definitiva, quindi, si è autorizzati a ritenere che il diverso comportamento delle varie razze e linee di polli alla pseudopeste indichi la sussistenza di una variazione genetica nella resistenza alla malattia. L'aver avuto come misura di resistenza la durata nella pausa della deposizione delle uova e ciò indiscriminatamente per le razze ovaiole e quelle da carne, non pregiudica il risultato finale, che non è risultata alcune correlazione tra gravità del male e grado di ovideposizione all'inizio dell'epidemia. Influenza aviaria e reti anti-passero Il 22 ottobre scorso, con Ordinanza del Ministero della Salute, sono state emanate delle Misure ulteriori di polizia veterinaria contro l'influenza aviaria lasciando a Regioni e Province autonome il compito di individuare la popolazione avicola domestica considerata a rischio e indicando, tra le misure di biosicurezza, l'obbligo di doppie reti antipassero. Bisogna ricordare che il termine "doppie reti antipassero" è sempre stato utilizzato per gli allevamenti industriali e si intende una doppia protezione delle finestre. Infatti, per coprire un'eventuale superficie esterna servono delle voliere e non si sono mai fatte voliere con doppie reti. Inoltre coprire il pascolo dei polli allevati all'aperto con reti è una pratica che contrasterebbe proprio con la biosicurezza degli animali domestici. Eventuali reti, infatti, sarebbero usate, da passeri e altri uccelli selvatici, come posatoi da dove defecare e quindi aumenterebbe la possibilità di contatto, degli animali al pascolo, con le feci di uccelli selvatici. Sempre allo scopo di garantire la "biosicurezza" per gli allevamenti rurali ed estensivi si ribadiscono questi concetti: non coprite i vostri recinti con reti, oltre ad essere abbattute dalla prima neve, minacciano la biosicurezza dei vostri animali; se allevate, anche in ambito rurale, razze di tipo industriale è consigliabile, in questi mesi, tenerle sempre al chiuso e proteggere le finestre dei pollai con doppie reti antipassero: in questo caso la concentrazione, all'interno del ricovero chiuso, deve essere di 3 capi a mq; se invece allevate razze rustiche e pascolatici non siete a rischio ed è possibile, anzi necessario, lasciare gli animali al pascolo. Influenza aviaria: le voliere non sono obbligatorie Influenza aviaria: un caso tutto italiano. È questo il commento unanime che manifestano operatori e specialisti quando si parla degli effetti che l'informazione sull'influenza ha avuto nel nostro paese. Si tratta, infatti, di informazioni mal interpretate e spesso, in mala fede, utilizzate per penalizzare quell'avicoltura di qualità che, non colpita della crisi economica del mercato, ha sempre continuato a produrre ottimi alimenti. È significativo, a questo proposito, quanto è avvenuto in merito all'obbligo di realizzare voliere negli allevamenti di animali all'aperto, siano questi biologici o tradizionali. Nelle settimane scorse, infatti, veterinari scrupolosi e sindaci incorruttibili hanno obbligato molti allevamenti che utilizzano il pascolo libero a subire imposizioni impossibili che portavano alla limitazione del benessere negli animali e all'esasperazione in buon senso degli allevatori. Questo però non succedeva in tutto il territorio nazionale ma solo in alcune A.S.L. Accertato quindi che c'è un'Italia che funziona e una che non funziona, è opportuno indagare da che parte sta la ragione. Un primo decreto su "Misure ulteriori di polizia veterinaria contro l'influenza aviaria" relativo alle Misure di biosicurezza negli allevamenti all'aperto, è stato emanato con Ordinanza ministeriale 19 ottobre 2005 e, per l'argomento che ci riguarda recitava: "Negli allevamenti di volatili all'aperto situati nelle aree a rischio, devono essere evitati, per quanto possibile, i contatti di volatili domestici con i volatili selvatici, nello specifico tra anatidi domestici e avifauna selvatica; nel rispetto del benessere animale, il pollame domestico: deve essere custodito, per quanto possibile, nei locali di allevamento evitandone l'accesso all'aperto oppure, qualora questo non sia realizzabile, le aperture di accesso dei volatili devono essere protette da doppie reti antipassero". In questa prima ordinanza quindi il Ministero tiene in considerazione il benessere degli animali, rispettato specialmente negli allevamenti all'aperto, indica come animali domestici a rischio le anatre e le oche, (pertanto non polli, faraone, colombi e tacchini), ma soprattutto in merito alle doppie reti antipassero, le considera solo in funzione della protezione di porte e finestre. A questa prima ordinanza ne segue una seconda, il 22 ottobre 2005, dove un provabile errore di stampa da una diversa interpretazione al concetto di doppie reti. Infatti, nell'ordinanza si legge: "In particolare, per tutti gli allevamenti identificati a rischio, devono essere rese obbligatorie doppie reti antipassero .........." Questa interpretazione non si presta certo ad equivoci: reti antipassero dappertutto. Ma quanto esposto dai tecnici del Ministero nell'ordinanza del 22 ottobre non era certo una volontà ma solo un errore di stampa e questo è dimostrato da una successiva ordinanza ministeriale del 7 dicembre 2005 "Circolare esplicativa contenente alcune indicazioni sugli allevamenti all'aperto " dove i tecnici del Ministero della sanità correggono l'errore di stampa riportando alla logica le indicazioni per gli allevamenti all'aperto. Nell'ordinanza del 7 dicembre, e tutt'ora in vigore, si legge dunque: "Negli allevamenti di volatili all'aperto situati nelle aree a rischio, devono essere evitati, per quanto possibile, i contatti di volatili domestici con i volatili selvatici, nello specifico tra anatidi domestici e avifauna selvatica. Nel rispetto del benessere animale, il pollame domestico: deve essere custodito, per quanto possibile, nei locali di allevamento evitandone l'accesso all'aperto oppure, qualora questo non sia realizzabile, le aperture di accesso dei volatili devono essere protette da doppie reti antipassero". Nonostante questa chiarissima ordinanza, ancora oggi, a fine febbraio, si leggono decreti di veterinari di A.S.L. che fanno riferimento all'ordinanza del 22 ottobre 2005 ignorando quindi le reali intenzioni del Ministero. In ultima analisi, le indicazioni del Ministero, in materia di norme di biosicurezza relativa agli allevamento all'aperto, alla data di oggi, si esprimono così: sono riferite nello specifico ad anatidi domestici: anatre e oche; riguardano specialmente le aree a rischio; qualsiasi intervento deve tener conto del benessere animale; lasciano ampia discrezionalità al buon senso del Veterinario pubblico in quanto l'applicazione delle limitazioni al benessere degli animali devono essere fatte, anche economicamente, "per quanto possibile"; infine, in merito alle "doppie reti antipassero", queste vengono considerate solo in riferimento alle aperture dei ricoveri. I raggi ultravioletti distruggono il virus I raggi del sole si dividono, infatti, in ultravioletti ed in infrarossi. I primi hanno un ruolo stimolante, mentre i raggi infrarossi riscaldano. Uno degli effetti positivi riconosciuti al sole, attraverso i raggi ultravioletti, è la possibilità di sintesi della vitamina D. Ma cosa sono i raggi ultravioletti? Si tratta di radiazioni elettromagnetiche di lunghezza d'onda compresa tra 100 e 400 nm (nanometri cioè miliardesimi di millimetro), nella porzione di spettro compresa tra la luce visibile ed i raggi X. I raggi ultravioletti vengono convenzionalmente classificati in tre bande: radiazioni UV-A (onde lunghe) da 315 a 400 nm; radiazioni UV-B (onde medie) da 280 a 315 nm; radiazioni UV-C (onde corte) da 100 a 280 nm. Le radiazioni della banda UV-C sono caratterizzate da un marcato effetto germicida, con un picco di massima efficacia in corrispondenza della lunghezza d'onda di 255 nm. I raggi ultravioletti hanno, quindi, la capacità di inattivare i virus. Non a caso in commercio sono disponibili apparecchiature che, attraverso l'utilizzazione di tubi a raggi ultravioletti, provvedono a sterilizzare l'aria. A tali attrezzature commerciali è unanimemente riconosciuto un forte potere germicida nei confronti di tutti i microrganismi (muffe, batteri e virus). Inoltre, visto che il procedimento non è chimico, ma fisico, non esiste il pericolo né di creare con il tempo delle forme resistenti, né di contaminare l'aria ed i prodotti alimentari o altro. L'impiego dei raggi ultravioletti, come arma contro i microrganismi, è una realtà che si è sviluppata a partire dalla fine del secolo scorso: un fisico danese, Niels Ryberg Finsen, fu il primo ad utilizzare gli ultravioletti come agenti sterilizzanti. Da allora, la radiazione UV nella sua frazione a lunghezza d'onda più corta, da 200 a 280 nanometri (UV-C), ha trovato ampia applicazione contro batteri, funghi, lieviti e virus. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le radiazioni UV-C cominciarono ad essere usate in modo generalizzato negli ospedali, nelle case farmaceutiche, nell'industria alimentare, per mezzo di lampade installate negli ambienti in modo da irraggiare lo strato d'aria che lambisce il soffitto. Durante gli anni 50, a causa del diffondersi della TBC, l'impiego delle lampade ultraviolette divenne molto più ampio, estendendosi anche all'interno delle condotte di distribuzione dell'aria. Negli anni successivi, a seguito della comparsa di sostanze disinfettanti sempre più potenti, unitamente agli inconvenienti legati alla tecnica ancora approssimativa di costruzione delle lampade (scarse efficienza e durata, manutenzione onerosa), l'utilizzo dei raggi ultravioletti divenne sempre più raro. Ai raggi ultravioletti viene, quindi, riconosciuto un buon potere di distruzione nei confronti dei virus compreso quello dell'Influenza Aviaria come indicato nella tabella. Se negli ambienti chiusi si possono usare specifiche apparecchiature per produrre raggi ultravioletti, nell'ambiente questi sono però disponibili anche gratuitamente offerti dal solito sole che dall'alba al tramonto irradia anche i pascoli dei polli allevati all'aperto. Stranamente però, come norma di biosicurezza per difendersi dall'Aviaria, viene imposto l'obbligo di tenere gli animali in ambienti chiusi. La stabilità e la resistenza del virus dell'Influenza Aviaria, le 10 condizioni che determinano l'inattivazione del virus: a temperatura bassa, nelle feci circa una settimana; a 4°C, nell'acqua circa un mese; a 60°C, nell'acqua circa 30 minuti; a 100°C, nell'acqua circa 2 minuti; a esposizione diretta alla luce solare circa 40-48 ore; a esposizione diretta ai raggi ultravioletti si inattiva immediatamente; in ambiente acido (pH 4,0), sopravvive; nella glicerina sopravvive circa un anno; in solventi organici: etere, cloroformio, acetone, ecc… si inattiva immediatamente; in disinfettanti comuni; agenti ossidanti, acidi diluenti, alogeni (cloruro, iodio), ecc. si inattiva immediatamente. Quote
Weightless Postato 1 Marzo 2006 Report Postato 1 Marzo 2006 Da leggere e diffondere con grande attenzione. Quote
ziobertex Postato 1 Marzo 2006 Report Postato 1 Marzo 2006 Aggiungo ma se questa influenza fosse stata cosi virulenta come la stanno descrivendo avrebbe fatto meno morti di una semplice influenza? dal primo caso nel sud est asiatico ci sono stati una cinquantina di morti, il primo caso c'è stato mi sembra nel 1998 . Concordo con dbev sulla scarsa qualità dell'informazione e aggiungo anche che la THAILANDIA ha annullato le importazioni di polli dall'UE ( non e che guarderanno i telegiornali italiani?) ahahah un altra precisazione frequentando una ragazza thailandese ed essendo stato a bangok per 2 anni di fila ho saputo che i THAILADENSI essendo bhuddisti non accettano la macellazione quindi esportano la loro stessa carne in cina per poi essere rimportata macellata . giusto un offtopic Quote
vicdani Postato 1 Marzo 2006 Report Postato 1 Marzo 2006 mi chiedo,ma se dicono che non c'è pericolo per l'uomo,perchè continuano a parlarne?se continuano a parlare alla tv,con toni allarmanti,è logico che nessuno compra il pollo Quote
paul86 Postato 1 Marzo 2006 Report Postato 1 Marzo 2006 mi chiedo,ma se dicono che non c'è pericolo per l'uomo,perchè continuano a parlarne?se continuano a parlare alla tv,con toni allarmanti,è logico che nessuno compra il pollo Guarda, il fatto che ne parlino continuamente alla TV non è molto indicativo... Per fare un esempio: qualche mese fa era scoppiato l'allarme "stupri"... Sui giornali, ogni giorno, si leggevano di almeno 5 stupri in diverse città... Poi il silenzio... Ora, vogliamo davvero credere che siano realmente diminuiti? Sicuramente no... Però la cosa non fa più notizia e si è cercato altro (vedi aviaria) Il problema esiste, non c'è dubbio (sinceramente non ho letto tutto il post di dbev perchè non ne ho tempo, ora...), ma che si stia artificiosamente ampliando la questione, credo sia altrettanto vero... Io, personalmente, dei prodotti italiani mi fido, e non vedo perchè non dovrei... Anche perchè non si può permettere che migliaia di lavoratori vadano a casa perchè il settore del pollame & simili va in rovina per il panico collettivo, fortemente sostenuto da deboli motivazioni... Quote
Megadeath Postato 1 Marzo 2006 Report Postato 1 Marzo 2006 [...] Il fatto non e' tanto questo quanto quest'altro: ALLORA..... Eravamo tutti a mangiar pesce, polli e mucche, e via di fiorentine grosse come cinghiali, poi arrivo' la "mucca pazza", che ne fece crollare i consumi... tutti andarono su pesce e polli... intanto le mucche venivano bruciate, le fiorentine non esistevano piu' e gli allevatori andavano in rovina... Eravamo tutti a mangiar pesce e polli e arrivo' il "pesce al mercurio", tipico piatto con cui s'imbandiva ogni tavola, che ne fece crollare i consumi... tutti andarono sui polli e sulle mucche pazze, dato che, sparite dalla circolazione le mucche nostrane a causa del crollo del mercato bovino, gli allevatori han cominciato a macellare capi provenienti da altri paesi, ovviamente quelli piu' a buon mercato, ovvero L'inghilterra, da dove la mucca pazza era dilagata, essendo spariti magicamente i blocchi di carne alle frontiere. Eravamo tutti a mangiar polli, e polli di qua, e polli di la', tra un po' facevan pure la pasta con la farina di pollo, e arrivo' l'influenza aviaria, che ne fece crollare, o meglio ne sta facendo crollare i consumi... tutti divennero vegetariani o tornarono su pesci al mercurio, che vennero di nuovo pescati nei mari soliti e inquinati, e mucche pazze inglesi... Ora, i polli nessuno li mangia, c'e' quello che si suicida con tutti i familiari perche' licenziato, c'e' quello che licenzia tutti perche' non puo' far altro che chiudere, e sti poveri polli che invenduti vengono buttati via... In futuro, essendo che il mercato del pollo in italia sta letteralmente collassando, si arrivera' al punto che, quando lo spauracchio dell'aviaria sara' sparito, in italia non esisteranno piu' abbastanza polli italiani (dato che l'italia e' l'unico paese in europa che riesce a sopperire al fabbisogno interno con la propria produzione), per cui saremo costretti a comprarne (come nazione intendo) nei paesi esportatori, e conoscendo le regole del mercato, sicuramente da coloro che faranno i prezzi migliori, alias CINA, ovvero il paese da cui l'aviaria ha avuto origine, e coloro che si scandalizzavano per le mucche che essendo vegetariane mangiavano carne, per i pesci che boccheggiavano negli scarichi delle petroliere e per i polli con la diarrea, torneranno a mangiare i piu' buoni pesci al mercurio, mucche pazze e polli all'aviaria... e vissero tutti felici e incontinenti... Divertitevi con sto paradosso Megadeath Quote
paul86 Postato 1 Marzo 2006 Report Postato 1 Marzo 2006 [...] Il fatto non e' tanto questo quanto quest'altro: ALLORA..... Eravamo tutti a mangiar pesce, polli e mucche, e via di fiorentine grosse come cinghiali, poi arrivo' la "mucca pazza", che ne fece crollare i consumi... tutti andarono su pesce e polli... intanto le mucche venivano bruciate, le fiorentine non esistevano piu' e gli allevatori andavano in rovina... Eravamo tutti a mangiar pesce e polli e arrivo' il "pesce al mercurio", tipico piatto con cui s'imbandiva ogni tavola, che ne fece crollare i consumi... tutti andarono sui polli e sulle mucche pazze, dato che, sparite dalla circolazione le mucche nostrane a causa del crollo del mercato bovino, gli allevatori han cominciato a macellare capi provenienti da altri paesi, ovviamente quelli piu' a buon mercato, ovvero L'inghilterra, da dove la mucca pazza era dilagata, essendo spariti magicamente i blocchi di carne alle frontiere. Eravamo tutti a mangiar polli, e polli di qua, e polli di la', tra un po' facevan pure la pasta con la farina di pollo, e arrivo' l'influenza aviaria, che ne fece crollare, o meglio ne sta facendo crollare i consumi... tutti divennero vegetariani o tornarono su pesci al mercurio, che vennero di nuovo pescati nei mari soliti e inquinati, e mucche pazze inglesi... Ora, i polli nessuno li mangia, c'e' quello che si suicida con tutti i familiari perche' licenziato, c'e' quello che licenzia tutti perche' non puo' far altro che chiudere, e sti poveri polli che invenduti vengono buttati via... In futuro, essendo che il mercato del pollo in italia sta letteralmente collassando, si arrivera' al punto che, quando lo spauracchio dell'aviaria sara' sparito, in italia non esisteranno piu' abbastanza polli italiani (dato che l'italia e' l'unico paese in europa che riesce a sopperire al fabbisogno interno con la propria produzione), per cui saremo costretti a comprarne (come nazione intendo) nei paesi esportatori, e conoscendo le regole del mercato, sicuramente da coloro che faranno i prezzi migliori, alias CINA, ovvero il paese da cui l'aviaria ha avuto origine, e coloro che si scandalizzavano per le mucche che essendo vegetariane mangiavano carne, per i pesci che boccheggiavano negli scarichi delle petroliere e per i polli con la diarrea, torneranno a mangiare i piu' buoni pesci al mercurio, mucche pazze e polli all'aviaria... e vissero tutti felici e incontinenti... Divertitevi con sto paradosso Megadeath Ma... Cosa c'entrerebbe quotare il mio discorso? Quote
Megadeath Postato 1 Marzo 2006 Report Postato 1 Marzo 2006 assolutamente nulla, avevo schiacciato replica al posto di rispondi e m'e' venuto il tuo quote, allora l'ho [...] cuttato e son partito col discorso... Megadeath Quote
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