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"Conviene farsi uccidere"

Legittima difesa: Besana su Libero

 

 

Renato Besana da Libero del 15 settembre 2004

 

Non c'è scelta: nel nostro squinternato Paese, alle rapine non ci si può opporre. Il fatto di cronaca è ancora fresco: a un ristoratore gardesano, due galantuomini hanno picchiato la moglie, aggredito il figlio e massacrato la testa col il calcio di una pistola: Ha reagito. Impugnato un coltello, con il quale si apprestava ad affettare un ananas, ha colpito a morte uno dei suoi aggressori. Adesso è indagato per omicidio volontario. Avesse avuto il tempo di fare un paio di conti alla buona, così, con la biro sulla carta del burro, avrebbe scoperto che gli sarebbe convenuto consegnare l'intero incasso, e aggiungerci magari qualcosa: gli altri rapinatori ai quali sarà costretto a ricorrere di qui alla Cassazione, e cioè gli avvocati, non s'accontenteranno di così poco. Gli resta la soddisfazione, ma a che prezzo: nel migliore dei casi, stritolato dalla macchina giudiziaria, sarà trattato come un delinquente e avrà la vita rovinata da processi su processi (che, di per sé, già sono una mezza condanna). Se qualcosa dovesse andare storto, gli si chiuderanno alle spalle le porte del carcere. Anni e anni. Purtroppo per lui, non è un terrorista rosso, nessun intellettuale firmerà appelli per la sua liberazione. La giustizia, alla fine, avrà trionfato.

 

Codici alla mano, per essere sicuri di rientrare nell'ambito delle norme che regolano la legittima difesa, bisogna essere già morti, o quasi. C'è una ragione: il legislatore aveva in questo modo inteso riservare l'uso della forza allo Stato. Quel che oggi ne rimane, non sa che farsene. Ben oltre il 90 per cento dei reati resta impunito. Compiere una rapina è più redditizio e infinitamente più sicuro che investire in borsa. Le leggi che di fatto vietano al rapinato ogni reazione, alla fine tutelano chi minaccia e aggredisce. Se vogliamo, è un'applicazione estensiva dell'esproprio proletario, tanto caro alla magistratura progressista anni Settanta. L'importante, è non farsi pizzicare sul fatto. Salvo miracoli, caramba e questurini arrivano quando i mariuoli si sono dileguati. Verbalizzano; di più non possono fare.

 

Qualche mese fa, in via Ripamonti, a Milano, un gioielliere sparò a un rumeno che, insieme a un complice, aveva cercato di svuotargli il negozio. Identica conclusione: omicidio volontario. Sull'onda delle pressioni esercitate dall'opinione pubblica, si parlò di aggiornare il codice penale in materia di legittima difesa, per introdurre nel nostro ordinamento una maggiore attenzione per le ragioni dell'aggredito. Placato il clamore, di quella proposta s'è persa traccia; giace in qualche commissione parlamentare, cimitero delle buone intenzioni dal quale soltanto la volontà politica può farla resuscitare. Purtroppo, non sembra che al momento ne sia rimasta abbastanza.

 

Anche ce ne fosse, sarebbe un calvario. La sinistra, affezionatissima alle norme più fasciste del codice Rocco, com'è senza dubbio questa sul divieto di difesa personale, è pronta a erigere barricate. Sostiene che bisogna scegliere se tutelare la vita o la proprietà privata (che sotto sotto, come sappiamo, è un furto). Falsa contrapposizione, anche se ben congegnata: la tutela immediata dell incolumità propria e dei propri familiari e la risposta a una violenza subita non possono essere considerate un crimine. Ma se pure questa maggioranza frastornata avesse un soprassalto di buona volontà, e portasse la proposta dì legge all'attenzione degli onorevoli colleghi, ci penserebbero la conferenza episcopale e l'occhialuto Follini a sollevare dubbi e sollecitare ripensamenti. Pare di sentirle, le anime belle, che fanno sfoggio di retorica ammuffita sul Far West e sui giustizieri della notte, a dimostrare una cultura poli-tica maturata soprattutto al cinema. Alla fine, di emendamento in emendamento e subemendamento, degli scopi originari non resterebbe che un'ombra (vedi alle voci riforma federalista e riforma fiscale).

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