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l'italia nel primo dopo guerra


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L ’ ITALIA DEL PRIMO DOPOGUERRA

Gli effetti della Grande Guerra sull‘economia e sulla società italiana furono drammatici. Le cifre della bilancia commerciale per il 1919 rivelarono che le esportazioni coprivano solo il 36% delle importazioni. Il costo della vita era 4 volte superiore a quello del 1913, mentre il deficit di bilancio aveva raggiunto livelli senza precedenti. Incombevano l’enorme aumento del debito pubblico; la necessità di riconvertire a non facili e immediati processi produttivi normali del tempo di pace quei settori industriali che proprio durante la guerra avevano raggiunto eccezionali livelli di profitto e di concentrazione; le difficoltà di fronteggiare l’aumento dei prezzi mentre i salari diminuivano e gli stipendi dei dipendenti pubblici erano bloccati dallo Stato; la contraddizione di dover accelerare la smobilitazione dell’esercito per alleggerire le finanze pubbliche, ma senza poter prevenire l’automatico surplus di disoccupati che, lasciata l’uniforme, non trovavano lavoro nella vita civile. Al momento dell‘armistizio c‘erano oltre 3.000.000 di uomini sotto le armi e 500.000 prigionieri in mano agli austriaci. La rapida smobilitazione produsse 2.000.000 di disoccupati già alla fine del 1919.

I lavoratori organizzati erano decisi a proteggere il posto di lavoro e il loro tenore di vita contro le devastazioni della disoccupazione e dell‘inflazione.

 

 

- IL BIENNIO ROSSO

 

Mai come allora apparve più concreta in Italia la possibilità della rivoluzione. Nel 1919 si registrarono 1663 scioperi industriali e 208 scioperi agricoli. L’impennata dei prezzi, causata dalla congiuntura internazionale e dai debiti dell’Italia, fece scoccare la scintilla a La Spezia l’11 giugno 1919, in seguito alla serrata dei commercianti per protestare contro l’aumento dell’imposta sui consumi. Fra giugno e luglio il moto si estese rapidamente dal nord al centro-sud; dove la forza pubblica aprì il fuoco, lo scontro si radicalizzò.

Fra il settembre e il novembre del 1919, i contadini dell‘Italia centrale e meridionale iniziarono spontaneamente l‘occupazione delle terre povere o non coltivate. Lungo l‘intera penisola, una violenta lotta di classe divampò in forme che assunsero l‘aspetto di una vera e propria guerra civile.

Nell’interno del Partito Socialista si rafforzava l’ala massimalista, cioè quella corrente che propugnava il programma massimo per rovesciare il sistema capitalistico. Avvalendosi delle tensioni sociali, provocherà l’incremento della violenza e l’occupazione delle fabbriche. L’esito di questa prova di forza portò certamente alcuni vantaggi economici agli operai, ma i sindacati di sinistra più di tanto non furono in grado di ottenere.

Gli scioperi del 1919 e del 1920, guidati dai socialisti, crearono ondate di risentimento fra il ceto medio, che vedeva nelle agitazioni un disturbo e una minaccia al proprio stato. Il sistema dell‘istruzione pubblica, inoltre, continuava a sfornare diplomati e laureati senza che si provvedesse in pari tempo a uno sbocco adeguato nel campo professionale. La disoccupazione, l‘inflazione e le diffuse attese che la guerra aveva generato tra tutte le classi sociali avevano creato una situazione esplosiva.

Il 29 luglio 1920 l’anarchico Bruno Filippi, che sognava "la rivoluzione sovietica", fece esplodere alcune bombe a Piazza Fontana, a Milano, a Via Paleocapa, poi al Palazzo di Giustizia, sempre a Milano. E ancora nel capoluogo lombardo, sempre ad opera dell’attivissimo anarchico, una nuova bomba il 31 agosto. Infine, lo stesso attentatore, nel porre un nuovo ordigno, il 7 settembre a Palazzo Marino, gli esplose in mano dilaniandolo. Né gli attentati cessarono con la morte del Filippi; infatti altri gravi episodi di terrorismo funestarono la vita italiana. Il più grave ebbe luogo la sera del 23 marzo 1921, quando una bomba esplose nel teatro Diana a Milano, causando la morte di 21 spettatori e il ferimento di un altro centinaio.

La Nazione di Firenze il 2 marzo 1921 titolava: “Le strade di Firenze insanguinate dalla guerra civile”. Il giornale riportava che verso la fine di febbraio e i primi di marzo del 1921 "giorni di rivolte armate e di conflitti tragici si conclusero con un bilancio di diciotto morti e oltre cinquecento feriti".

Il giorno dopo, altri quindici morti e cento feriti.

Da Lenin partivano messaggi incitanti al terrorismo. L’ordine era di essere “implacabili in modo esemplare. Bisogna incoraggiare il terrore di massa. Fucilate senza domandare niente a nessuno e senza stupide lentezze”. Sono solo alcuni estratti del Komsomolskaja Pravda, riportati da Andrea Bonanni, corrispondente a Mosca del Corriere della Sera. A queste direttive, l’Italia trovò masse diseredate che, aspirando ad una più equa giustizia sociale, fecero proprie le indicazioni che provenivano da Est.

Il Governo non era in grado di intervenire efficacemente per annientare la violenza e riportare l’ordine.

In tre anni si cambiarono sette governi e cioè: dal governo Orlando si passò a quello di Nitti (23/6/1919); di nuovo Nitti (21/5/1920); Giolitti (15/6/1920); Bonomi (4/7/1921); Facta (26/2/1922); di nuovo Facta (1/8/1922).

Tutto ciò denota la grave crisi che attanagliava lo "Stato liberale" e la sua capacità a controllare una situazione di guerra civile che andava di giorno in giorno sviluppandosi sempre più sanguinosamente.

 

 

- I FASCI DI COMBATTIMENTO

 

L’essersi posti contro i combattenti fu il grave errore dei socialisti prima e dei socialcomunisti poi. Da questi reduci, spontaneamente, nacquero le prime squadre combattentistiche per opporsi alle azioni di quelle "rosse". Quindi i primi scontri non avvennero fra "fascisti" e "rossi", in quanto il fascismo non era ancora nato, o era in stato embrionale.

Infatti i "Fasci di Combattimento" videro la luce il 23 marzo 1919. In quella sede, si danno convegno i fascisti della prima ora, un centinaio di "fedelissimi" tra cui Balbo, De Bono, Bianchi e De Vecchi, i futuri Quadrumviri della Marcia su Roma, e circa duecento aderenti che osservano e ascoltano. Così i grandi quotidiani la salutarono: Albertini direttore del Corriere della Sera "Il fascismo ora interpretato é l'aspirazione più intensa di tutti i veri italiani". Gli fece eco La Stampa di Torino "Il governo Mussolini é l'unica strada da percorrere per ridare agli italiani quell'ordine che tutti ormai reclamano intensamente".

Le prime azioni di "chiara marca fascista" avvennero dopo il 17 novembre di quell’anno, data della pesante sconfitta elettorale subita dal movimento mussoliniano.

Nei primi scontri i fascisti furono sommersi dal gran numero degli avversari e molti comizi di Mussolini e dei suoi furono sciolti per i gravi incidenti provocati dai “rossi”.

Gran parte dei fascisti e dei loro alleati nazionalisti provenivano da una lunga, dura disciplina militare: erano quindi avvezzi ad obbedire secondo un ordine gerarchico. Al contrario, dall’altra parte, il disordine regnava assoluto e specialmente fra gli anarchici la disciplina era disprezzata; di conseguenza fu possibile conquistare le piazze e il favore dei contadini, stanchi dei soprusi ai quali erano sottoposti dall’arroganza delle "cooperative rosse".

Il Paese era stanco di disordini e sangue, anelava a rientrare nella normalità. Questo fenomeno è evidenziato dal consenso che in breve tempo acquisì il movimento mussoliniano: gli 88 "Fasci" diventarono 834 e i 20 mila iscritti oltre 250 mila, divenendo un "movimento di massa" fortemente radicato nel mondo del lavoro, tanto che i sindacati fascisti potevano contare su circa 400 mila contadini iscritti e su 200 mila operai.

Certamente il fascismo fu un movimento che usò la violenza, ma della validità di questa danno attestato alcuni autori che, almeno attualmente, non possono essere accusati di simpatie per il movimento mussoliniano. Scrive Giorgio Bocca che il fascismo fu violento e sopraffattore, ma lo fu perché trovò davanti a sé una sinistra antidemocratica, violenta, autoritaria e sopraffattrice. Anche il giornalista inglese Percival Phillips, corrispondente del Daily Mail, che visse per lungo tempo in Italia, ecco come ricorda quegli avvenimenti: "Essi (i fascisti) combattevano il terrore rosso con le stesse armi. Ai sistemi di Mosca risposero con i sistemi fascisti. Ma non imitarono i sistemi comunisti, di gettare vivi gli uomini negli altiforni, come fu deciso a Torino da un tribunale rosso composto in parte da donne, né torturarono i prigionieri come fecero in altre parti d’Italia i seguaci di Lenin".

Di non dissimile parere era lo stesso De Gasperi; infatti su Il Nuovo Trentino, il 7 aprile 1921, così scrisse: "Il fascismo fu sugli inizi un impeto di reazione all’internazionalismo comunista che negava la libertà della Nazione. Noi non condividiamo il parere di coloro i quali intendono condannare ogni azione fascista sotto la generica condanna della violenza. Ci sono delle situazioni in cui la violenza, anche se assume l’apparenza di aggressione, è in realtà una violenza difensiva, cioè legittima".

In fatto di "violenza" non erano da meno i "moderati". Il cattolico Guido Miglioli, uno dei fondatori del Partito Popolare in Vita Italiana, 15 marzo 1922, così manifestò il suo pensiero: "Faremo fare agli agrari la fine di Giuda: li appenderemo coi piedi in su e la testa in giù agli alberi delle nostre terre: squarceremo il loro putrido ventre da cui usciranno le grasse budella turgide di vino. E nelle contorsioni dell’agonia noi danzeremo intorno non la danza della vendetta, ma la danza della più umana giustizia. E i fascisti, delinquenti, scherani, lanzichenecchi, assoldati all’agrario, seguiranno l’eguale sorte".

In un suo studio Antonio Falcone osserva: "In un certo senso si può dire che i fascisti la violenza non tanto la imposero quanto la subirono. Lo dimostra il numero dei loro caduti, che fu di gran lunga superiore a quello degli avversari. Secondo Roberto Forges-Davanzati, le vittime fasciste, tra morti e feriti, si contano a centinaia, mentre quelle avversarie si contano a decine. Nel 1924, uno degli anni più "caldi", specialmente nei mesi che precedettero e seguirono le elezioni legislative, caddero una ventina di fascisti e ne furono feriti almeno 140, mentre nella parte avversa si ebbe un solo morto".

Falcone continua: "La sproporzione si spiega col fatto che, mentre gli squadristi cercavano lo scontro frontale e aperto, i rossi conducevano la loro lotta a forza di imboscate e di attentati. Se poi opponendo violenza a violenza, furono i fascisti ad avere il sopravvento, ciò non fu perché fossero più violenti, o numericamente più forti, ma solo perché erano molto meglio organizzati e quindi più efficienti".

Per completare il quadro generale degli anni che vanno dal 1919 al 1922, è opportuno riportare la testimonianza del professor Ardito Desio che in una intervista concessa alcuni anni fa, così rispose ad una domanda di un giornalista: "Il fascismo ha avuto molti aderenti, dopo la fine della prima guerra mondiale, fra noi ufficiali perché si viveva in un clima di puro terrore. Si subivano pestaggi, bastonature. Numerosi furono assassinati per il solo fatto di portare le stellette. Il fascismo portava il rispetto civile, l’ordine, il rinnovato senso della Patria ed è per questo che ha avuto un gran seguito".

Preoccupata dalla minaccia del comunismo bolscevico la reazione borghese riconobbe nello squadrismo fascista l'avanguardia antiproletaria in difesa tanto della nazione quanto della proprietà. Durante il "biennio rosso" il dominio incontrastato delle organizzazioni operaie e contadine, i metodi intolleranti della sinistra nella difesa dei diritti dei lavoratori che spesso si traduceva in forme lampanti di sopruso, avevano finito per drammatizzare la lotta politica, facendo sembrare imminente una rivoluzione bolscevica.

I ceti medi produttivi si sentirono perciò difesi dalla "sana reazione" dello squadrismo. Lo Stato liberale pensò che lo squadrismo fosse il male minore e lasciò che il fascismo si radicasse nel tessuto sociale diventando il garante della pacificazione politica. Non è vero che a sinistra ci fossero solo vittime inermi, come pure non risponde a realtà che la violenza fosse patrimonio di una parte sola. è infondato sostenere che i fascisti aggredissero a freddo e muovessero all'attacco in dieci contro uno: diversi di loro morirono per i colpi dei franchi tiratori. Il movimento Fascista ebbe la forza di trasformare i suoi caduti in martiri. Tra i grandi Squadristi storici ricordiamo Italo Balbo, Ettore Muti, ma anche intellettuali come Giuseppe Bottai e Alessandro Pavolini, politici del calibro di Dino Grandi e artisti come Filippo Tommaso Marinetti.

 

 

- IL PARTITO NAZIONALE FASCISTA

 

Nelle elezioni politiche del 15 maggio 1921 i Fasci di Combattimento ottengono oltre 700.000 voti e conquistano 35 seggi in Parlamento.

L‘11 novembre 1921 a Roma durante il III congresso dei Fasci di Combattimento viene fondato il Partito Nazionale Fascista (PNF).

Nell'ottobre 1922 il PNF aveva 300.000 iscritti, alla fine del 1923 erano diventati 783.000.

E già nel successivo 1924 alle elezioni politiche il listone fascista fu votato da 4.305.936 italiani.

 

Programma del PNF

Fondamenti Il Fascismo è costituito in Partito politico per rinsaldare la sua disciplina e per individuare il suo "credo". La Nazione non è la semplice somma degli individui viventi né lo strumento dei partiti pei loro fini, ma un organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi transeunti; è la sintesi suprema di tutti i valori materiali e immateriali della stirpe.

Lo Stato è l’incarnazione giuridica della Nazione.

Gli Istituti politici sono forme efficaci in quanto i valori nazionali vi trovino espressione e tutela. I valori autonomi dell’individuo e quelli comuni a piú individui, espressi in persone collettive organizzate (famiglie, comuni, corporazioni, ecc.), vanno promossi, sviluppati e difesi, sempre nell’ambito della Nazione a cui sono subordinati. Il Partito Nazionale Fascista afferma che nell’attuale momento storico la forma di organizzazione sociale dominante nel mondo è la Società Nazionale e che legge essenziale della vita nel mondo non è la unificazione delle varie Società in una sola immensa Società: "L’Umanità", come crede la dottrina internazionalistica, ma la feconda e, augurabile, pacifica concorrenza tra le varie Società Nazionali.

 

Lo Stato

Lo Stato va ridotto alle sue funzioni essenziali di ordine politico e giuridico.

Lo Stato deve investire di capacità e di responsabilità le Associazioni conferendo anche alle corporazioni professionali ed economiche diritto di elettorato al corpo dei Consigli Tecnici Nazionali.

Per conseguenza debbono essere limitati i poteri e le funzioni attualmente attribuiti al Parlamento. Di competenza del Parlamento i problemi che riguardano l’individuo come cittadino dello Stato e lo Stato come organo di realizzazione e di tutela dei supremi interessi nazionali; di competenza dei Consigli Tecnici Nazionali i problemi che si riferiscono alle varie forme di attività degli individui nella loro qualità di produttori. Lo Stato è sovrano: e tale sovranità non può né deve essere intaccata o sminuita dalla Chiesa alla quale si deve garantire la piú ampia libertà nell’esercizio del suo ministerio spirituale.

Il Partito Nazionale Fascista subordina il proprio atteggiamento, di fronte alle forme delle singole Istituzioni politiche, agli interessi morali e materiali della Nazione intesa nella sua realtà e nel suo divenire storico.

 

Le Corporazioni

Il Fascismo non può contestare il fatto storico dello sviluppo delle corporazioni, ma vuol coordinare tale sviluppo ai fini nazionali.

Le corporazioni vanno promosse secondo due obbiettivi fondamentali e cioè come espressione della solidarietà nazionale e come mezzo di sviluppo della produzione.

Le corporazioni non debbono tendere ad annegare l’individuo nella collettività livellando arbitrariamente le capacità e le forze dei singoli, ma anzi a valorizzarle e a svilupparle. Il Partito Nazionale Fascista si propone di agitare i seguenti postulati a favore delle classi lavoratrici e impiegatizie:

1) La promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i salariati la giornata "legale" media di otto ore, colle eventuali deroghe consigliate dalle necessità agricole o industriali.

2) Una legislazione sociale aggiornata alle necessità odierne, specie per ciò che riguarda gli infortuni, la invalidità e la vecchiaia dei lavoratori sia agricoli che industriali o impiegatizii, sempre che non inceppi la produzione. 3) Una rappresentanza dei lavoratori nel funzionamento di ogni industria, limitatamente per ciò che riguarda il personale.

4) L’affidamento della gestione di industrie o di servizi pubblici ad organizzazioni sindacali che ne siano moralmente degne e tecnicamente preparate.

5) La diffusione della piccola proprietà in quelle zone e per quelle coltivazioni che produttivamente lo consentano.

 

Capisaldi di politica interna

Il Partito Nazionale Fascista intende elevare a piena dignità i costumi politici cosí che la morale pubblica e quella privata cessino di trovarsi in antitesi nella vita della Nazione.

Esso aspira all’onore supremo del Governo del Paese; a ristaurare il concetto etico che i Governi debbono amministrare la cosa pubblica non già nell’interesse dei partiti e delle clientele ma nel supremo interesse della Nazione.

Va restaurato il prestigio dello Stato Nazionale e cioè dello Stato che non assista indifferente allo scatenarsi e al prepotere delle forze che attentino o comunque minaccino di indebolire materialmente e spiritualmente la compagine, ma sia geloso custode e difensore e propagatore della tradizione nazionale, del sentimento nazionale, della volontà nazionale.

La libertà del cittadino trova un duplice limite: nella libertà delle altre persone giuridiche e nel diritto sovrano della Nazione a vivere e svilupparsi.

Lo Stato deve favorire lo sviluppo della Nazione, non monopolizzando, ma promovendo ogni opera intesa al progresso etico, intellettuale, religioso, artistico, giuridico, sociale, economico, fisiologico della collettività nazionale.

 

Capisaldi di politica estera

L’Italia riaffermi il diritto alla sua completa unità storica e geografica, anche là dove non è ancora raggiunta; adempia la sua funzione di baluardo della civiltà latina sul Mediterraneo; affermi sui popoli di nazionalità diversa annessi all’Italia saldo e stabile l’impero della sua legge; dia valida tutela agli italiani all’estero cui deve essere conferito diritto di rappresentanza politica.

Il Fascismo non crede alla vitalità e ai principi che ispirano la cosí detta Società delle Nazioni, in quanto che non tutte le Nazioni vi sono rappresentate e quelle che lo sono non vi si trovano su di un piede di eguaglianza. Il Fascismo non crede alla vitalità e alla efficienza delle internazionali rosse, bianche o di altro colore, perché si tratta di costruzioni artificiali e formalistiche le quali raccolgono piccole minoranze di individui piú o meno convinti in confronto delle vaste masse delle popolazioni che vivendo, progredendo o regredendo, finiscono per determinare quegli spostamenti di interessi davanti ai quali tutte le costruzioni internazionalistiche sono destinate a cadere, come la recente esperienza storica documenta.

L’espansione commerciale e l’influenza politica dei trattati internazionali debbono tendere a una maggiore diffusione dell’italianità nel mondo.

I trattati internazionali vanno riveduti e modificati in quelle parti che si sono palesate inapplicabili e quindi regolati secondo le esigenze dell’economia nazionale e mondiale.

Lo Stato deve valorizzare le colonie italiane del Mediterraneo e d’oltre Oceano con istituzioni economiche, culturali e con rapide comunicazioni.

Il Partito Nazionale Fascista si dichiara favorevole a una politica di amichevoli rapporti con tutti i popoli dell’Oriente vicino e lontano.

La difesa e lo sviluppo dell’Italia all’estero vanno affidate a un Esercito e a una Marina adeguati alla necessità della sua politica e all’efficienza delle altre Nazioni, e ad organi diplomatici compresi della loro funzione e forniti di coltura, di animo e di mezzi sí da esprimere nel simbolo e nella sostanza la grandezza dell’Italia di fronte al Mondo.

 

Capisaldi di politica finanziaria e di ricostruzione economica del Paese

Il Partito Nazionale Fascista agirà:

1) Perché sia sancita un’effettiva responsabilità dei singoli e delle corporazioni nei casi di inadempienza dei patti di lavoro liberamente conclusi.

2) Perché venga stabilita e regolata la responsabilità civile degli addetti alle pubbliche amministrazioni e degli amministratori per qualsiasi loro negligenza in confronto dei danneggiati.

3) Perché venga imposta la pubblicità sui redditi imponibili e l’accertamento dei valori successori al fine di rendere possibile un controllo sugli obblighi finanziari di tutti i cittadini verso lo Stato.

4) Perché l’eventuale intervento statale, che si rendesse assolutamente necessario per proteggere taluni rami dell’industria agricola e manifatturiera da una troppo pericolosa concorrenza estera, sia tale da stimolare le energie produttive del Paese, non già da assicurare un parassitario sfruttamento dell’economia nazionale da parte di gruppi plutocratici.

Saranno obbiettivi immediati del Partito Nazionale Fascista:

1) Il risanamento dei bilanci dello Stato e degli enti pubblici locali, anche mediante rigorose economie in tutti gli organismi parassitari o pletorici e nelle spese non strettamente richieste dal bene degli amministrati o da necessità di ordine generale.

2) Il decentramento amministrativo per semplificare i servizi e per facilitare lo sfollamento della burocrazia, pur mantenendo l’opposizione recisa ad ogni regionalismo politico.

3) La rigida tutela del denaro dei contribuenti, sopprimendo ogni sussidio o favore, da parte dello Stato o altri Enti pubblici, a Consorzi, Cooperative, Industrie, clientele e simili, incapaci di vita propria e non indispensabili alla Nazione.

4) La semplificazione dell’organismo tributario e la distribuzione dei tributi secondo un criterio di proporzionalità, senza partigianerie pro o contro questa o quella categoria di cittadini, e non secondo concetti di progressività spogliatrice.

5) L’opposizione alla demagogia finanziaria e tributaria che scoraggi le iniziative o isterilisca le fonti del risparmio e della produzione nazionale.

6) La cessazione della politica di lavori pubblici abboracciati, concessi per motivi elettorali ed anche per pretesi motivi di ordine pubblico, o comunque non redditizi per la loro stessa distribuzione saltuaria e a spizzico. 7) La formazione di un piano organico di lavori pubblici secondo le nuove necessità economiche, tecniche, militari della Nazione, piano che si proponga principalmente di: completare e riorganizzare la rete ferroviaria italiana, riunendo meglio le regioni redente alle linee della penisola nonché alle comunicazioni interne della penisola stessa, specie quelle longitudinali dal sud al nord attraverso l’Appennino; accelerare nel limite del possibile, l’elettrificazione delle ferrovie ed in genere lo sfruttamento delle forze idriche sistemando i bacini montani anche a favore dell’industria e dell’agricoltura; sistemare ed estendere le reti stradali, specie nel Mezzogiorno ove ciò rappresenta una necessità pregiudiziale alla risoluzione di innumerevoli problemi economici e sociali; istituire e intensificare le comunicazioni marittime con la Penisola da un lato e le Isole e la sponda orientale adriatica e le nostre Colonie mediterranee dall’altro, nonché fra il nord e il sud della Penisola stessa, sia quale ausilio alla rete ferroviaria, sia per incoraggiare gli italiani alla navigazione; concentrare le spese e gli sforzi in pochi porti dei tre mari, dotandoli di tutto l’attrezzamento moderno; lottare e resistere contro i particolarismi locali che, in materia specialmente di lavori pubblici, sono causa di dispersione di sforzi e ostacolo alle grandi opere di interesse nazionale.

8) Restituzione all’industria privata delle aziende industriali alla cui gestione lo Stato si è dimostrato inadatto: specialmente i telefoni e le ferrovie (incoraggiando la concorrenza fra le grandi linee e distinguendo queste ultime dalle linee locali esercibili con metodi diversi).

9) Rinunzia al monopolio delle Poste e dei Telegrafi in modo che l’iniziativa privata possa integrare ed eventualmente sostituire il servizio di Stato.

 

Capisaldi di politica sociale

Il Fascismo riconosce la funzione sociale della proprietà privata la quale è, insieme, un diritto e un dovere. Essa è la forma di amministrazione che la Società ha storicamente delegato agli individui per l’incremento del patrimonio stesso.

Il Partito Nazionale Fascista di fronte ai progetti socialistici di ricostruzione a base di economia pregiudizialmente collettivistica, si pone sul terreno della realtà storica e nazionale che non consente un tipo unico di economia agricola o industriale e si dichiara favorevole a quelle forme - siano esse individualistiche o di qualsiasi altro tipo - che garantiscano il massimo di produzione ed il massimo di benessere.

Il Partito Nazionale Fascista propugna un regime che spronando le iniziative e le energie individuali (le quali formano il fattore piú possente ed operoso della produzione economica) favorisca l’accrescimento della ricchezza nazionale con rinuncia assoluta a tutto il farraginoso, costoso e antieconomico macchinario delle statizzazioni, socializzazioni, municipalizzazioni, ecc.

Il Partito Nazionale Fascista appoggerà quindi ogni iniziativa che tenderà ad un miglioramento dell’assetto produttivo, avente lo scopo di eliminare ogni forma di parassitismo individuale o di categoria.

 

Il Partito Nazionale Fascista agirà:

a) perché siano disciplinate le incomposte lotte degli interessi di categorie e di classi, e quindi: riconoscimento giuridico con conseguenti responsabilità delle organizzazioni operaie e padronali; B) perché sia sancito e fatto osservare, sempre e comunque, il divieto di sciopero nei servizi pubblici con contemporanea istituzione di tribunali arbitrali composti di una rappresentanza del potere esecutivo, di una rappresentanza della categoria operaia o impiegatizia in conflitto e di una rappresentanza del pubblico che paga.

 

Politica scolastica

La scuola deve avere per scopo generale la formazione di persone capaci di garantire il progresso economico e storico della Nazione; di elevare il livello morale e culturale della massa e di sviluppare da tutte le classi gli elementi migliori per assicurare il rinnovamento continuo dei ceti dirigenti.

A tale scopo urgono i seguenti provvedimenti:

1) Intensificazione della lotta contro l’analfabetismo, costruendo scuole e strade d’accesso e prendendo di autorità, per opera dello Stato, tutti i provvedimenti che risultassero necessari.

2) Estensione dell’istruzione obbligatoria fino alla sesta classe elementare inclusa, nei Comuni in grado di provvedere alle scuole necessarie e per tutti coloro che dopo l’esame di maturità non seguono la via della scuola media; istruzione obbligatoria fino alla quarta elementare inclusa, in tutti gli altri Comuni. 3) Carattere rigorosamente nazionale della scuola elementare in modo che essa prepari anche nel fisico e nel morale i futuri soldati d’Italia; per ciò rigido controllo dello Stato sui programmi, sulla scelta dei maestri, sulla opera loro, specie nei Comuni dominati da partiti antinazionali.

4) Scuola media e universitaria libera, salvo il controllo dello Stato sui programmi e lo spirito dell’insegnamento e salvo il dovere dello Stato di provvedere esso all’istruzione premilitare, diretta a facilitare la formazione degli ufficiali.

5) Scuola normale informata ai medesimi criteri esposti per la scuola a cui i futuri insegnanti sono destinati: perciò carattere rigorosamente nazionale anche negli Istituti da cui escono gli insegnanti elementari.

6) Scuole professionali, industriali e agrarie istituite con piano organico utilizzando il contributo finanziario e d’esperienza degli industriali e degli agricoltori, allo scopo di elevare le capacità produttive della Nazione e di creare la classe media di tecnici fra gli esecutori e i direttori della produzione. A tale scopo lo Stato dovrà integrare e coordinare le iniziative private, sostituendosi ad esse ove mancano.

7) Carattere prevalentemente classico delle scuole medie inferiori e superiori; riforma ed unificazione di quelle inferiori in modo che tutti gli studenti studino il latino; il francese non sia piú l’unica lingua sussidiaria a quella italiana: scegliere e adattare invece la lingua sussidiaria secondo le necessità delle singole regioni, specie di quelle di frontiera.

8) Unificazione di tutte le beneficenze scolastiche, borse di studio e simili, in un Istituto controllato e integrato dallo Stato, il quale scelga fin dalle classi elementari gli alunni piú intelligenti e volonterosi e assicuri la loro istruzione superiore, imponendosi, se occorra, all’egoismo dei genitori e provvedendo con un congruo sussidio nei casi in cui fosse necessario.

9) Trattamento economico e morale dei maestri e dei professori, nonché degli ufficiali dell’Esercito, quali educatori militari della Nazione, tale da assicurare ad essi la tutela della propria dignità e i mezzi di accrescere la propria cultura, e da ispirare ad essi ed al pubblico la coscienza dell’importanza nazionale della loro missione.

 

La Giustizia

Vanno intensamente promossi i mezzi preventivi e terapeutici della delinquenza (riformatori, scuole per i traviati, manicomi criminali, ecc.).

La pena, mezzo di difesa della Società nazionale lesa nel diritto, deve adempiere normalmente la funzione intimidatrice ed emendatrice: i sistemi penitenziari vanno, in considerazione della seconda funzione, igienicamente migliorati e socialmente perfezionati (sviluppo del lavoro carcerario).

Vanno abolite le magistrature speciali. Il Partito Nazionale Fascista si dichiara favorevole alla revisione del codice penale militare. La procedura deve essere spedita.

 

La difesa nazionale

Ogni cittadino ha l’obbligo del servizio militare.

L’Esercito si deve avviare verso la forma della Nazione Armata in cui ogni forza individuale, collettiva, economica, industriale e agricola sia compiutamente inquadrata al fine supremo della difesa degli interessi nazionali. All’uopo il Partito Nazionale Fascista propugna l’immediato ordinamento di un Esercito che in formazione completa e perfetta, da una parte, sorvegli, vigile scorta, le conquistate frontiere, e, dall’altro, tenga preparati in Paese, addestrati ed inquadrati, gli spiriti, gli uomini ed i mezzi che la Nazione sa esprimere, nelle sue infinite risorse, nell’ora del pericolo e della gloria.

Agli stessi fini l’Esercito, in concorso con la scuola e con le organizzazioni sportive, deve dare fin dai primi anni al corpo e allo spirito del cittadino l’attitudine e l’educazione al combattimento e al sacrificio per la Patria. (Istruzione premilitare).

 

Organizzazione Il Fascismo in atto è un organismo:

a) politico

B) economico c) di combattimento.

Nel campo politico accoglie senza settarietà quanti sinceramente sottoscrivono i suoi principi e ubbidiscono alla sua disciplina; stimola e valorizza gli ingegni particolari riunendoli secondo le attitudini in gruppi di competenza; partecipa intensamente e costantemente a ogni manifestazione della vita politica attuando in via contingente quanto può essere praticamente accolto dalla sua dottrina e riaffermandone il contenuto integrale. Nel campo economico promuove la costituzione delle corporazioni professionali, siano schiettamente fasciste, siano autonome, a seconda delle esigenze di tempo e luogo, purché informate sostanzialmente alla pregiudiziale nazionale per la quale la Nazione è al di sopra delle classi.

Nel campo dell’organizzazione di combattimento il Partito Nazionale Fascista forma un tutto unico con le sue squadre: milizia volontaria al servizio dello Stato nazionale, forza viva in cui l’Idea Fascista si incarna e con cui si difende.

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