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Lode a un ex-presidente della commissione europea


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qualche tempo fa una persona del forum, di età molto giovane, mi scrisse che PRODI doveva valere sicuramente qualcosa se non altro perchè fu eletto capo della commissione europea.

 

beh, io non risposi subito perchè le argomentazioni erano talmente tante che non si potevano affrontare facilmente in un forum.

 

Recentemente MAXI ha scritto il "curriculum" di PRODI per esaltare tutta una (apparentemente) infinita serie di pregi.

 

 

ma qual'è la verità? siamo tutti impazziti e abbiamo dimenticato cosa ha combinato PRODI nel nostro paese finora?

 

 

davvero abbiamo dimenticato cosa diavolo ha combinato in Italia Prodi, al quale sinceramente personalmente non farei gestire nemmeno il taglio dell'erba del mio giardino? nessuno leggeva giornali e seguiva le vicende politiche 10-15 anni fa? nessuno ricorda quale infinita serie di allucinanti mosse prese Prodi per mandare in rovina mezza Italia, a partire da Alitalia per finire con l'Alfa Romeo, passando per IRI, politica ecc, ecc, ecc...?

 

solo io ricordo?

 

...siamo impazziti? adesso, a distanza di anni ci siamo dimenticati cosa ha combionato PRODI in Italia?!???

 

beh, per gli "smemorati", comincerò a riportare volta per volta un "pro-memoria" che non comporrò io (al limite io potrò commentare attivamente), utile per ricordare.

 

 

Nel maggio

1999, Romano Prodi venne nominato Presidente della Commissione europea.

Come è noto, il prestigioso incarico ha rappresentato una sorta di “cambiale

politica” che la sinistra italiana ha imposto alla sinistra europea a titolo di risarcimento

nei confronti di Prodi.

Infatti, è utile rievocare che Prodi nell’ottobre 1998 era stato sfiduciato

dalla sua maggioranza che, dopo un regolamento di conti, lo aveva liquidato

senza scrupoli a beneficio di Massimo D’Alema, divenuto al suo posto

Presidente del Consiglio.

 

Una defenestrazione impietosa rispetto alla quale

Prodi ricevette come indennizzo la Presidenza della Commissione europea.

La genesi del nuovo incarico è molto importante per capire il ruolo di

Prodi all’interno delle istituzioni comunitarie. In poche parole, quella di Prodi

fu una scelta subìta, motivata da ragioni che nulla avevano a che fare con

l’Europa. Proprio per questo il neopresidente della Commissione utilizzò il suo

incarico soprattutto per fare politica e per rianimare il centro-sinistra, cercando

di conquistare così un ruolo di primo piano dopo la cacciata da Palazzo Chigi,

decretata dai suoi stessi alleati.

 

Partendo da queste premesse è facile comprendere che Prodi finì per concentrarsi

sulle questioni di politica italiana a tal punto da apparire lontano, quasi

avulso dall’organismo europeo e dal suo funzionamento. In particolare, quando

il Professore bolognese si è trovato di fronte a decisioni scomode, anziché

assumersene la responsabilità, come gli imponeva il suo incarico, ha preferito

coscientemente “non vedere, non sentire, non parlare”, facendo propria la metafora

della nota storiella cinese delle tre scimmiette.

 

Prodi il Censore. Torniamo al 1999. Prodi sostituì, con qualche mese di

anticipo, il Presidente in carica della Commissione. Il suo predecessore, il lussemburghese

Jacques Santer, fu costretto a dimettersi prima della scadenza

naturale del suo mandato perché era stato sfiduciato dal Parlamento europeo,

dopo essersi reso protagonista di uno scandalo istituzionale. Infatti, né gli europarlamentari

né i mass media gli avevano perdonato che una componente della

sua Commissione, Edith Cresson, Commissario all’Educazione e alla Ricerca,

fosse finita sotto inchiesta per aver elargito, a spese dell’Unione, un contratto

di lavoro al suo ex dentista.

 

Proprio per questo, nel suo debutto a Strasburgo come Presidente della

Commissione nel luglio 1999, Romano Prodi si prodigò in una requisitoria

moralistica degna di Catone il Censore, proclamando di adottare, come cardini

del suo mandato, la tolleranza zero sulle frodi e la trasparenza. In quello stesso

discorso Prodi pretese ancora di più: in caso di ulteriori irregolarità ed illeciti,

la Commissione tutta e i singoli Commissari avrebbero dovuto assumersi fino

in fondo la responsabilità politica delle loro azioni e lasciare l’incarico, proprio

per garantire il massimo del rigore rispetto ai cittadini. “Ho chiesto a tutti i

Commissari di darmi, sulla loro parola d’onore, le dimissioni in mano qualsiasi

evento nuovo capiti, qualsiasi fatto non conosciuto”1, annunciò Prodi, con

eccessiva enfasi. Peccato che non andò proprio così.

 

Infatti, qualche mese più tardi, si cominciò a vociferare di dubbie consulenze

che riguardavano l’Eurostat, l’istituto europeo di statistiche. Dopo le prime

generiche indiscrezioni, iniziarono ad emergere dettagli preoccupanti. Si parlò

chiaramente di “consulenze d’oro” e della creazione di “fondi neri”. Venne fuori

persino una ricerca pagata 570mila euro, lunga appena una pagina e mezzo2. Per

non parlare poi dei funzionari della Commissione sospettati di essere anche proprietari

di alcuni studi di consulenza che lavoravano con l’Eurostat3.

A questo punto scoppiò lo scandalo, tanto più grave perché a finire sotto

inchiesta fu proprio l’Istituto europeo di statistica.

 

Ma che cos’è Eurostat?

L’Eurostat non è un ufficio come un altro, uno dei tanti gangli della burocrazia

europea. Si tratta invece di un istituto che, per il suo lavoro di rilevazione statistica,

è di fatto il garante del Patto di Stabilità: verifica l’applicazione dei

parametri di Maastricht e quindi concorre a determinare le politiche economiche

e finanziarie degli Stati membri, vincolando gli Stati a politiche di rigore,

che spesso si traducono in tagli ai bilanci o al welfare.

Proprio perché ha un ruolo di vigilanza sui conti pubblici degli Stati

europei, l’Eurostat non può essere nemmeno lontanamente sfiorato da dubbi o

sospetti sulla trasparenza e sulla correttezza dei suoi atti.

Lo scandalo Eurostat fu, quindi, assai più grave di quello che aveva travolto

la Commissione Santer, perché questa volta non si trattò solamente di

nepotismo o di episodi di corruzione, ma di un’azione sistematica finalizzata

alla creazione di fondi neri.

Scoppia lo scandalo. Tra il 2002 e il 2003 il caso Eurostat diventò di

dominio pubblico. L’inchiesta penale della Magistratura francese sull’Eurostat,

scaturita dai rilievi della struttura europea antifrode (Olaf), trovò le prove di

un’ampia organizzazione di truffe ai danni dell’Unione. Due importanti dirigenti

dell’Eurostat finirono nell’indagine, sospettati di aver organizzato un

sistema che sottraeva denaro pubblico e lo convogliava in un conto bancario

segreto in Lussemburgo.

Inevitabilmente si innescò una polemica furiosa anche contro la

Commissione. Tutti cominciarono a reclamare una risposta chiara. Prodi si

affrettò a negare tutto, dichiarando di non saperne nulla. Ma la stampa internazionale

sostenne subito il contrario.

In particolare, il Financial Times accusò Prodi di aver appreso molte

informazioni sullo scandalo e di non esserne perciò affatto all’oscuro5. Subito

il portavoce della Commissione europea liquidò l’articolo del giornale londinese

definendolo “pura spazzatura”6. Intanto una pattuglia di deputati, che sin dall’inizio

si erano occupati del caso, dimostrarono che Prodi non poteva non

sapere, esibendo tutta una serie di documentazioni, tra cui più di cento interrogazioni,

che chiedevano, a partire dal 1999, spiegazioni su presunte irregolarità

che riguardavano l’Eurostat.

 

Si scatenò un assedio mediatico, politico ed istituzionale. Prodi e la sua

Commissione finirono nell’occhio del ciclone. Iniziò così uno psicodramma

istituzionale che coinvolse tutti, nessuno escluso: il Parlamento, la

Commissione, la Corte dei Conti e l’Olaf si impegnarono in una serie infinita

di riunioni, pubbliche e “a porte chiuse”; furono elaborate decine di documenti

riservati e un numero incalcolabile di note ufficiali, per non parlare poi degli

innumerevoli piani di azione eternamente rimandati. “Il mio gruppo ne ha fin

sopra i capelli dei piani di azione. Noi vogliamo i risultati, abbiamo già visto

tonnellate di piani di azione”7, si sfogò un deputato dei comunisti europei, in

uno dei tanti dibattiti a Strasburgo.

Nel gennaio 2004, in una lunghissima Risoluzione8, il Parlamento europeo

arrivò ad accusare la Commissione di “diffusa cultura della segretezza”,

sottolineando che nessun Commissario si era assunto “la responsabilità politica

delle irregolarità avvenute presso Eurostat”, e si rammaricò che la

Commissione non avesse agito “tempestivamente di fronte all’emergere di

sempre maggiori prove di una gestione finanziaria irregolare”9. Ad un certo

punto spuntarono fuori anche i “whistle-blowers”10, tradotto letteralmente “ventilatori

di sussurri”, in poche parole “spioni”. Questi collaboratori di giustizia,

come si dovrebbe dire in termini tecnici, informarono le Autorità competenti

sui fatti di Eurostat in cambio di protezione e anonimato. Una vera e propria

“spy story”.

 

Ego “me” absolvo. Dopo alterne vicende lo psicodramma culminò con

una mozione di censura contro la Commissione Prodi11, discussa in Parlamento

nell’aprile 2004.

Alla fine l’esecutivo di Bruxelles confessò che effettivamente c’erano

state frodi per più di cinque milioni di euro, liquidando, però, il fatto come

“un’eccezione deplorevole”, nel tentativo di autoassolversi12. La Commissione

se la cavò emanando un presunto “codice di condotta”, che avrebbe disciplinato i

rapporti tra i Commissari e i loro servizi. Propose anche il “rafforzamento dei circuiti

di informazione”, il “costante aggiornamento dei Commissari sull’attività dei

servizi”13 ed altre varie amenità.

In quella giornata infuocata nessuna traccia del Presidente Prodi, che si

fece notare esclusivamente per la sua assenza. A parlare a nome della

Commissione c’era il Commissario Viviane Reding, l’unica che comunque

trovò il coraggio di affrontare l’Aula parlamentare.

Insomma, la Commissione fuggì da qualsiasi responsabilità politica e

morale, a dispetto delle roboanti dichiarazioni del Prodi in versione “Catone il

Censore” di cui abbiamo parlato all’inizio. Ciascuno dei Commissari coinvolti,

Prodi in primis, prese le distanze dallo scandalo con ridicole frasi di circostanza:

“non ho letto la revisione contabile”, “non sono stato informato”, “gli

uffici non mi hanno messo al corrente”, “non ho letto i giornali”14.

Lapidario, nel trarre le conclusioni, fu un deputato danese: “L’unica cosa

che viene spontaneo chiedersi è come sia possibile che persone con una capacità

così limitata di cogliere quello che stava accadendo intorno a loro siano riuscite

ad arrivare così in alto”15.

 

Sono sempre gli stracci che volano in aria. Ma la giustizia deve trionfare.

Qualcosa alla fine doveva pur succedere, tutti se lo aspettavano. Qualcuno

alla fine doveva pur pagare. E infatti, qualcuno pagò. Ma il bilancio fu ben

deludente. Qualche trasferimento d’ufficio e due dirigenti indagati dalla giustizia

francese. Paradossalmente il prezzo più caro lo pagò un imprevedibile capro

espiatorio: fu il giornalista autore di un’inchiesta su Eurostat, apparsa sul settimanale

tedesco “Stern”, l’unico ad essere arrestato, con tanto di perquisizione

in redazione ed a casa e congelamento dei conti bancari16.

Il finale tragicomico di questa pietosa vicenda supera, così, la più fervida

delle immaginazioni.

Postato

LA VERITA' SU PRODI

 

"Signor parroco, mi vorrei confessare"

"certo figliolo, qual ' è il tuo nome?"

"Romano Prodi, padre"

"Ah l'ex Presidente del Consiglio. Ascolta figliolo, mi pare proprio che

il tuo caso richieda una competenza Superiore, credo sia meglio che tut

ti rechi dal Vescovo".

 

Così Prodi si presenta dal Vescovo chiedendogli se lo poteva confessare.

"Certo figliolo. Come ti chiami?"

"Romano Prodi" lui risponde

"L'ex Presidente del Consiglio!? No caro mio, non ti posso confessare

perchè il tuo è un caso difficile, è meglio che tu vada in Vaticano".

 

Prodi va dal Papa.

"Sua Santità, voglio confessarmi"

"Caro figlio mio, come ti Chiami?"

"Romano Prodi"

"Ahi, ahi, ahi, figliolo, il tuo caso è molto difficile anche per

me.Guarda qui, sul lato del Vaticano, c'è una piccola cappella. Al suo

interno troverai una croce. Il Signore ti potrà ascoltare.

 

Prodi, giunto nella cappella, si rivolge alla croce:

"Signore, voglio confessarmi"

"Certo figliolo. Come ti chiami?"

"Romano Prodi" lui risponde

"Chi!?

l'ex Presidente del Consiglio?,

l'ex Presidente dell'IRI?,

l'ex Presidente della Comunità Europea?,

l'amico dei comunisti?,

quello che ha creato la tassa una tantum sui conti correnti di tutti, poveri e ricchi (8x1000),

quello che ha creato la tassa di lusso una tantum sulle moto dei poveri e dei ricchi (700.000 lire),

quello che ci ha spremuti per entrare nell'EURO (da 60.000 lire a testa),

quello che ha inventato la tassa sul medico di famiglia,(80.000 lire),

quello che ha introdotto l'IRAP,

quello che ha fatto una voragine nei conti dell'IRI, tutto poi insabbiato,

quello che stava svendendo la SME ed ha svenduto la CIRIO,

quello che ha aperto le frontiere agli extracomunitari,

quello che ha permesso alla Cina di invadere i mercati europei di

materie prime a basso costo senza controllo ....,

"Ehm ... sono sempre io, Signore"

"Figlio mio, tu non hai bisogno di confessarti. Devi solo ringraziare!"

"Ringraziare? E chi, mio Signore"

"Devi ringraziare che mi ha inchiodato qui, altrimenti scendevo e ti

facevo un mazzo così!!!"

Postato

 

stramegatotalCUTTONE

 

a me basta quello che ha combinato con l'euro insieme a ciampi. :wub:

 

ok, ma se tagliavi un filino la citazione evitavo di scorrermi otto km e mezzo di post (il mio) per leggere la riga che hai scritto TU!!!!!!

 

 

:P ;) :lol:

 

 

ciao

Rò.

Postato

 

stramegatotalCUTTONE

 

a me basta quello che ha combinato con l'euro insieme a ciampi. :wub:

 

ok, ma se tagliavi un filino la citazione evitavo di scorrermi otto km e mezzo di post (il mio) per leggere la riga che hai scritto TU!!!!!!

 

 

:P ;) :lol:

 

 

ciao

Rò.

fatto. :P

Postato

Autunno 1982, capo del governo è Giovanni Spadolini. L’Istituto per la Ricostruzione Industriale è in crisi. Romano Prodi è già conosciuto per essere una “riserva della Repubblica”, un uomo con spirito di servizio, disponibile al bisogno. Ciriaco De Mita, il segretario della Dc, voleva una svolta. Si consultò con Eugenio Scalfari, che oggi riassume così la vicenda: "Quando De Mita mi disse “ho in mente Prodi”, io gli dissi: “Fai benissimo”. Poi mi richiamò e mi disse: “Guarda che Prodi non ci sta”. Allora io chiamai Prodi e gli dissi “Tu hai l’obbligo di accettare”. E alla fine accettò".

 

Romano Prodi diventa presidente dell’Iri il 24 settembre 1982. A fine mandato, il 2 novembre 1989, annuncia trionfante di avere restaurato l’Istituto. Ha venduto i gioielli per fare cassa, e i bilanci sembrano accettabili. Ma quello che Prodi si è dimenticato di dire è che l’Iri non veniva amministrata come una normale società privata. L’Iri era lo Stato, e chi l’amministrava poteva anche essere un totale incompetente, tanto pensava lo Stato - cioè tutti noi - a pagare il conto (in rosso). Prendete ad esempio questi dati: l’Iri ottiene dallo Stato 28mila miliardi di lire nell’arco di tempo che va dalla sua fondazione (1933) all’arrivo di Prodi (1982). Fatti i conti? 28mila miliardi in 49 anni. Bene, e sapete quanti soldi lo Stato ha versato all’Iri durante i sette anni di Prodi? 41mila miliardi. Il confronto è disarmante. La gestione dell'Iri di Prodi è costata allo Stato - e quindi a tutti noi - 41mila miliardi di lire. Facile amministrare così, non trovate? Prodi, spudorato, ha pure il coraggio di vantarsi.

 

Ma ricordiamo anche alcune decisioni concrete prese da Prodi.

 

1985. Prodi vuole regalare all’amico De Benedetti la Sme, cioè l’azienda che raggruppa società storiche come Motta, Alemagna, Star, Cirio.

Prodi fa tutto da solo: con De Benedetti concorda un prezzo di acquisto di 497,5 miliardi, tra l’altro pagabili pure a rate. Il regalo è di quelli importanti: il prezzo di vendita è di 930 lire per azioni. Sapete quanto era la quotazione in Borsa della Sme? 1290 lire per azione. Non male come sconto, vero? Ma non è finita qui. Lo sconto è ancora più imponente: nelle Casse della Sme ci sono qualcosa come 80 miliardi di liquidità, che sarebbero finiti nelle tasche di De Benedetti.

Il regalo non riuscì.

Craxi, l’allora premier, non ci sta, e imbufalito fa intervenire Darida, il ministro delle Partecipazioni Statali. Darida annulla immediatamente il regalo (prodiano) a De Benedetti, e indice una gara al miglior offerente. Infatti, un gruppo di imprenditori (Barilla, Berlusconi e altri) è disposto a pagare di più. De Benedetti non ci sta e va in Tribunale, che gli dà torto. Poi appelli, cause e veleni, fino ai nostri giorni.

Tutto sfuma e nessuno compra. La Sme rimane all’Iri, ma non per molto. Tra il 1993 e il ’96, la Sme viene venduta. Ma non in un unico blocco, ma a spizzichi: il ricavo è eccezionale, ben 2200 miliardi di lire. Il prezzo fissato da Prodi era di 497,5 miliardi. Fatti i conti? Bene, la Sme valeva 5 volte quanto pensava Prodi. Non male.

 

Ma c’è un altro particolare inquietante. Prima di accordarsi con De Benedetti, Prodi aveva rifiutato una proposta di acquisto della Sme da parte del gruppo Hainz. Per giustificare il rifiuto, Prodi aveva detto all’allora Ministro dell’Industria, Renato Altissimo (che in qualche modo sponsorizzava la Hainz), che “la Sme non si tocca, è la cassaforte dell’Iri”. Quando seppe che invece vendeva la Sme a De Benedetti, Altissimo telefonò infuriato a Prodi: “Perché a lui sì e all’Hainz no?”. Prodi, alludendo alle origine ebraiche di De Benedetti, rispose: “Tu mica ce l’hai il taglietto sul pisello”.

 

 

 

 

 

 

Il regalo Alfa Romeo agli amici Agnelli

 

E’ il 1986. L’Alfa Romeo è in vendita. La Ford fa un’offerta. Molti soldi. Sicurezze e certezze. Ma Prodi non ci sta e vende l’Alfa alla Fiat degli Agnelli. Meno soldi, meno sicurezze e meno certezze. Ma per Prodi non conta, è molto più importante fare un favore agli amici. Un grande affare per un piccolo economista (lo stesso che oggi critica Fazio quando vuole favorire i gruppi italiani a discapito di quelli stranieri). Vent’anni dopo, l’unico vero Agnelli rimasto sulla scena, Luca Cordero di Montezemolo, l’ex marito di Edwige Fenech, mostra tutta la gratitudine della famiglia per il Professore. In che modo lo sapete tutti.

 

Lo scandalo delle consulenze

Da presidente dell’Iri, il furbetto Prodi manteneva anche la presidenza del consiglio scientifico di Nomisma, l’istituto creato nel 1981 grazie al finanziamento della Banca Nazionale del Lavoro (infatti il compito iniziale fu fare ricerche scientifiche sull’Italia, con l’esclusivo e ben retribuito interesse dell’interessata Bnl). Dicevamo: da presidente dell’Iri, Prodi fa stipulare contratti di ricerca molto ben pagati da alcune società del gruppo (Sip, Italstrade, Iltalsider e altre) indovinate con chi? Bravi, con la sua Nomisma. Inevitabilmente scoppia lo scandalo. Il Consiglio di amministrazione dell’Iri arriva al punto di censurare il suo presidente. Motivo? Questo: “per avere gestito le ricerche di Nomisma quando committenti erano società Iri, senza avvertire il Cda”. Anche la Corte dei Conti scende in campo e richiama l’Iri per il “ricorso a consulenze e

 

sterne quando aveva proprio personale in grado di assolvere gli stessi compiti”.

Il pubblico ministero di Roma, Luciano Infelici, apre un’inchiesta e rinvia Prodi a giudizio. Il giudice Casavola lo assolve perché “anche se è indubbio che alcune commesse furono volute da Prodi per favorire Nomisma che aveva bisogno di lavorare, questo non costituisce reato”. Non sarà reato, ma per chi si candida a guidare il Paese con lo slogan “la serietà al governo” è sì un reato.

 

Prodi Ministro nel 1978

Ora facciamo un bel passo indietro. Colui che si candida come l’uomo nuovo, la vergine capace di rinnovare l’Italia grazie alla sua freschezza, in realtà frequenta i Palazzi del potere già da 28 anni. Nel 1978 Romano Prodi, grazie ad una lite tutta interna alla Democrazia Cristiana, diventa Ministro dell’Industria. Donat Cattin, vice segretario della Dc, disse che Prodi era stato voluto dalla Fiat. Ora capite perché, come abbiamo visto sopra, Prodi ha mostrato e sempre mostrerà eterna riconoscenza alla famiglia Agnelli (ricordate anche a rottamazione delle auto?). Nominato Ministro, Prodi con il vestito nuovo parte per Roma un sabato sera. Il giorno dopo, la domenica, si presenta alla sede del ministero. A parte i giornalisti non c’era nessuno. Anzi sì, c’era il custode che spiegò al Professore che, come in tutto il mondo, il ministero la domenica era chiuso. Prodi, sempre sorridente: “Grazie. Sono Prodi, il nuovo ministro”. Era nuovo trent’anni fa, e lo è ancora oggi? Comunque, il nuovo ministro Prodi durò 115 giorni: quattro mesi scarsi. Nel successivo governo, il quinto di Andreotti, Prodi non fu più considerato.

 

 

Vi sfido a negare questi fatti.

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